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A seguito del crollo del regime di Gheddafi l’etnicità berbera/amazigh ha fornito un efficace dispositivo di affermazione politica ad alcuni gruppi libici che si sono mobilitati in aperta polemica con il paradigma panarabo dominante. L’attivismo amazigh ha ricercato nel passato gli argomenti per legittimarsi nel presente, riaffermando un legame originario con il territorio per rivendicare il riconoscimento come popolo indigeno, più che come minoranza. Eppure, come l’identità nazionale, anche l’identità etnica è un prodotto storico contingente, plasmato da specifici processi politici. Il volume ricostruisce in chiave critica la (ri)produzione dell’etnicità amazigh nella storia della Libia contemporanea, focalizzandosi sul periodo tra la metà dell’Ottocento e l’avvento del fascismo. Vengono così analizzate le rivendicazioni avanzate da attori locali definiti come “berberi” nei confronti delle autorità ottomane prima e coloniali poi. Da queste emerge come la politica berbera promossa dalle autorità italiane, e fatta propria da alcuni notabili tripolitani, individuò nell’etnicità uno strumento privilegiato per l’organizzazione gerarchica della società coloniale. Fu allora che vennero poste le basi delle dinamiche identitarie che, ancora oggi, naturalizzano l’opposizione tra gruppi arabi e berberi proiettandone le origini in un passato indefinito.
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La complessa relazione tra appartenenza araba e berbera ha costituito, fin dalla metà del XIX secolo, uno degli snodi centrali degli studi sul Nord Africa. Furono i funzionari coloniali francesi in Algeria i primi ad intraprendere uno sforzo di catalogazione etnografica delle popolazioni sottoposte a dominio coloniale nella regione. Le discipline connesse alla produzione del sapere coloniale non si limitarono a dare conto della presenza di popolazioni berbere all’interno delle colonie magrebine, ma si impegnarono a individuare il “tipo berbero” puro, in ragione di una divisione linguistica, religiosa e regionale rispetto al resto della popolazione araba, così da sviluppare una politica di divide et impera etnicamente connotata. Questa logica oppositiva fu generalizzata a tutto il Maghreb e le ex colonie italiane in Nord Africa non fecero eccezione. Il presente lavoro di ricerca intende contribuire alla ricostruzione delle complesse articolazioni del più ampio processo storico di formazione dell’identità nazionale libica, facendo luce sulle modalità attraverso le quali una pluralità di attori locali tripolitani seppe sfruttare la retorica del particolarismo etnico per ritagliarsi sempre maggiori margini di agency in un rapporto dialettico sia con le autorità coloniali che con i poteri locali rivali. Concentrandosi sull’arco cronologico che va dal 1911 al 1923 e mettendo in relazione lo studio delle vicende politiche e sociali che nel periodo considerato interessarono i gruppi arabi e berberi della Tripolitania con la letteratura prodotta in inglese, francese, italiano e arabo sulle relazioni tra centri imperiali e periferie, confini coloniali e reti transregionali, viene ricostruita la genesi di un discorso politico etnicamente orientato nella storia libica di lungo periodo. Un’analisi critica del materiale documentale ha consentito di operare una decostruzione della semantica dell’archivio coloniale che ha fatto emergere i dispositivi discorsivi e amministrativi attraverso i quali un potere esterno, come quello esercitato dall’Italia coloniale, ordinò le società del Jabal al-Nāfūsa e della città costiera di Zwāra utilizzando, tra le altre cose, la (ri)costruzione della distinzione etnica tra arabi e berberi. È stato così dimostrato il ruolo che la politica coloniale italiana giocò nel definire categorie ed identità etniche in Tripolitania, ma anche la complessità e la fungibilità politica dei processi di formazione, decostruzione e manipolazione degli strumenti di rappresentazione ed auto-rappresentazione dell’appartenenza etnica all’epoca del primo dominio coloniale italiano.
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Durant le régime de Mouammar Kadhafi, qui a duré plus de quatre décennies, la minorité berbère en Libye a été systématiquement écartée de la politique, de l’histoire et de la mémoire de la Grande Jamahiriya arabe libyenne socialiste issue de la Révolution de 1969. L’unicité supposée et l’homogénéité de la nation libyenne, nivelée sur l’identité arabe et islamique sunnite, ne laissait pas d’espace à une quelconque revendication identitaire concurrente ou alternative. Pour le régime, la simple affirmation de l’existence d’une minorité berbère était automatiquement perçue comme une manifestation de dissidence politique et réprimée en conséquence. Il n’y a guère à s’étonner dès lors que, dans les interstices de la guerre civile, déclenchée par la révolte contre le régime de Mouammar Kadhafi en 2011, se soit progressivement affirmée la revendication de la protection des droits individuels et collectifs des Berbères. Les Berbères du Jebel Nefousa, qui est historiquement la troisième région la plus importante du pays pour la population résidente après Tripoli et Benghazi, ont joué un rôle moteur dans la cause des Berbères de Libye qui vivent aussi dans la ville côtière de Zouara et dans les oasis de Sawknah et Awjilah.
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